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2014

LA SCULTURA ARCHITETTONICA DI TULIPANO

   Salvatore Tulipano è un artista giovane, ma già pienamente consapevole nell’utilizzo del medium e nella padronanza dei codici formali ed estetici. La sua ricerca, aniconica e votata a un severo rigore analitico, verte sul tema dello spazio, inteso come campo d’interazione di volumi e vettori. Il risultato visivo consiste in oggetti tridimensionali cavi, improntati a una forte vocazione speculativo-progettuale, in cui l’eredità minimalista s’innesta su riferimenti al Decostruttivismo, ma con esiti lontani da compiacimenti tecnicistici (o viceversa estetizzanti), e così pure da atteggiamenti epigonali.
Si tratta, in fondo, di sculture, realizzate con materiali inusuali (cartone pressato e pistolegno, in questo caso su struttura portante in legno), ma pensate anche per un possibile sviluppo su ampia scala, in àmbito architettonico. I due stadi si illuminano a vicenda, ma sono perfettamente a sé stanti, dotati di autonomo senso e valore; né è lecito considerare l’uno nella sola prospettiva dell’altro.
Il significato, nelle opere di Tulipano, coincide col significante. Gli elementi sono accostati e assemblati con calibrata attenzione, in un gioco ben calcolato di pieni e vuoti, luci e ombre, colori e non-colori, sulla base di un lessico di evidente matrice geometrica. Costante è il rifiuto della linea curva e dei princìpi di simmetria e ortogonalità; il che contribuisce a produrre una sensazione anti-euritmica, di instabilità, progressione e movimento irregolare.
Per la mostra alla Fondazione Zappettini Tulipano ha elaborato due progetti plastici distinti (non un dittico, insomma), che mirano a inserirsi nello spazio come segni denotativi: non soltanto presenze oggettuali, quanto “strumenti” atti a conferire una precisa impronta all’ambiente che li accoglie. Entrambi i lavori si sviluppano, pur con dinamiche differenti, a partire da uno spunto dialettico: la sovrapposizione/incastro di due elementi, uno dei quali rimane in cartone grigio a vista, mentre l’altro è rivestito di pistolegno di colore giallo paglierino.
ArchSculpt13, come rivela il titolo stesso, verte esplicitamente sul concetto di ibridazione tra il linguaggio della scultura e quello dell’architettura: una voluta ambiguità che interroga lo spettatore sul senso della visione e sull’autentica teleologia dell’oggetto. La parte anteriore è costituita da una “parete” inclinata che lascia scorgere i punti di appoggio del conglomerato plastico, mentre sul lato opposto una vera e propria “apertura” allude alla possibilità di esplorare gli spazi interni dell’opera. Peraltro il punto di osservazione può variare, suggerendo direzionalità diverse e letture anche contrastanti sul piano formale.
Plastic sign ha una struttura maggiormente univoca: il notevole aggetto dell’elemento rivestito in pistolegno rispetto a quello in cartone grigio pressato crea un effetto di slancio obliquo di grande impeto. La scultura si caratterizza per le linee ben definite, trasposte dall’impulso grafico nell’attuazione volumetrica, e proiettate in uno sviluppo inclinato che non stempera l’ascensionalità, ma le conferisce peso e sostanza. Si ripropone inoltre l’espediente delle “aperture” trasversali, che invitano a scandagliare con lo sguardo ciò che “sta dentro”. In effetti una costante, nel giovane lavoro di Tulipano, è il desiderio di “far entrare” l’osservatore nell’opera: sia metaforicamente, a livello concettuale, sia in senso proprio, nella possibile concretizzazione monumentale della scultura.

- Paolo Bolpagni -

Testo critico a cura di Paolo Bolpagni in “Astratta TRE”, 2014, catalogo della mostra, p. 21, Fondazione Zappettini, Chiavari

 

2013


FORMA E SPAZIO, TRA SCULTURA E ARCHITETTURA

   Il problema dello statuto disciplinare della scultura ha conosciuto, da circa un secolo a questa parte (la «Ruota di bicicletta» di Duchamp è proprio del 1913), una caleidoscopica molteplicità di soluzioni e proposte. Spesso si è assistito a uno scardinamento radicale, tale da mettere in difficoltà gli stessi esegeti: Rosalind Krauss, nel suo celebre libro «Passages», compie un’acuta disamina storica riferita alle manifestazioni delle neoavanguardie degli anni Sessanta-Settanta, individuando forme e configurazioni ben poco assimilabili alle idee precostituite di un’operatività tipica delle arti plastiche. Utilizzo di nuovi materiali, accumulazioni e assemblaggi, installazioni e ambienti: le vie perseguite dagli scultori si sono esponenzialmente ampliate, fino a includere modelli e tipi che sembrano non aver nulla in comune, se non uno sviluppo in prospettiva tridimensionale. Pur essendo assai difficile – quando non velleitario – proporre una lettura complessiva del fenomeno, si potrebbe tuttavia azzardare un’interpretazione generale dell’evoluzione della scultura negli ultimi decenni riconoscendo il suo ‘specimen’ forse più autentico nella ricerca sullo spazio, estensivamente intesa.
Porsi con consapevolezza in una temperie così complessa è già di per sé una conquista del pensiero, oltre che dell’azione artistica. Salvatore Tulipano – giovane età, indole meditativa, seri studi accademici alle spalle – ha deciso di abbracciare una declinazione di lontana origine costruttivista (su cui innesta chiari riferimenti al Minimalismo e al Decostruttivismo), ma con presupposti ed esiti che lo preservano da atteggiamenti epigonali e compiacimenti tecnicistici. In lui, anzitutto, l’adesione al lessico astratto-lineare non è programmaticamente attuata come dato aprioristico, bensì frutto, ogni volta, di un ponderato percorso di riflessione formale e intuizione poetica; giocata inoltre, assai sovente, sul filo sottile e discreto del paradosso. Le opere di Tulipano sono fondate su una strutturazione stereometrica dell’oggetto, a partire dalla congiunzione e intersezione di piani semplici. Evidente è l’aspirazione a una razionalità progettuale mirante a definire calibrati ritmi spaziali, spesso irregolari (siamo ben lungi, insomma, da tentazioni neo-pitagoriche, o dall’applicazione di “numeri d’oro”, “sezioni auree” e “proporzioni divine”: la prospettiva è immanente e “purovisibilistica”, del tutto aliena da simbolismi, oltre che da referenzialità e denotazioni “esterne”). Il lessico impiegato è sempre di matrice geometrica, e, nel rifiuto della linea curva e dei princìpi di simmetria e ortogonalità, concorre a suscitare una sensazione di instabilità e progressione: a dominare sono il dinamismo e l’obliquità, fattori “caldi” che compensano la “freddezza” degli ingredienti costitutivi.
La vocazione speculativa è molto forte, ma non conduce – come talora avviene – a una sottostima o penalizzazione della componente fattuale, né del versante tecnico. Anzi traspare, in Tulipano, un profondo interesse per i materiali e le loro interazioni e vicendevoli reazioni. Uno dei nuclei concettuali della sua ricerca consiste nell’indagine delle relazioni tra scultura e architettura; ne derivano considerazioni estetiche e semiologiche di grande pregnanza, e circuiti percettivi talora stranianti. Al di là dell’apparentemente incerta definizione statutaria, che già di per sé costituisce un “effetto” indotto con abilità, al centro dell’attenzione dell’autore sta il problema dello spazio, concepito come campo di possibilità plastiche e d’interazione di direzionalità e volumi, spesso contrastanti. Del resto, è importante rimarcare che ciò che più gli preme non è il fattore meramente estetico, ma la limpidezza dell’invenzione: non l’edonismo visivo o la politezza esecutiva, non l’eleganza del profilo e del disegno, ma l’intensità del pensiero, e la coerenza della sua traduzione in opera d’ingegno.
Le sculture più tipiche di Tulipano nascono da studi grafici, e trovano immediata attuazione in oggetti di dimensioni medio-piccole, realizzati con cartone pressato e pistolegno, ma già ideati per essere poi sviluppati in proporzioni architettoniche, con materiali edilizi quali l’acciaio, il ferro, il vetro, il policarbonato, il cemento, il cartongesso. Nelle loro due programmate fasi di esistenza successiva (entrambe peraltro dotate di autonoma valenza propria), non sono però da intendere né alla stregua di ‘maquettes’ di ipotetici futuribili edifici prima, né di strutture architettoniche dopo: diversissimi sono i presupposti, le finalità e l’atteggiamento creativo. Quelle di Tulipano restano sempre e comunque sculture, scaturite da un impulso di forte libertà immaginativa; magari – nella loro versione su ampia scala – attraversabili dallo spettatore, ma votate soprattutto alla sperimentazione di soluzioni formali che trovano le proprie ragioni nell’‘accrochage’ calcolato dei moduli e degli elementi, nella calibrata articolazione nello spazio di pieni e vuoti, luci e ombre, colori e non-colori. Se l’obiettivo dell’architettura è di generare luoghi, rispondendo necessariamente a obiettivi di ordine pratico e funzionale, invece il lavoro di Tulipano rimanda anzitutto a una prospettiva di pura ricerca artistica, benché non siano escluse possibili applicazioni nel campo dell’urbanistica e dell’edilizia pubblica, e addirittura connotazioni performativo-relazionali. Nel caso del “Pavilion” presentato a Como assistiamo peraltro a un insolito contro-circuito mentale, visto che la scultura assume dimensione ambientale, e diventa a sua volta spazio espositivo per ulteriori opere.
Un’ultima fondamentale considerazione: i lavori di Tulipano non sono né vogliono essere puri giochi combinatori. Piuttosto si pongono come meditazioni sul senso della scultura, sul suo possibile sviluppo, e sulla natura dei meccanismi dell’ideazione e della realizzazione dell’oggetto artistico. In comune con il filone “vitalista” e “organico” c’è l’attenzione al processo di creazione: anche nella produzione di Salvatore Tulipano assistiamo al movimento della forma nel suo auto-generarsi; tuttavia questa dinamica non avviene in termini “biomorfici”, bensì secondo coordinate controllabili e linearmente direzionate, benché irregolari e anti-euritmiche. Non dimentichiamoci che siamo nell’epoca del computer e dell’intelligenza artificiale!
Il visitatore è invitato a “entrare” nelle opere, sia metaforicamente, a livello concettuale, sia in senso proprio, nella concreta attuazione “monumentale” della scultura; e si trova potentemente coinvolto sul piano percettivo, psicologico e prossemico, quando non direttamente interattivo. È allora che le potenzialità virtuali del lavoro di Tulipano si esplicano al massimo grado.

- Paolo Bolpagni -

QUANDO LA SCULTURA CREA LO SPAZIO

   La ricerca artistica di Salvatore Tulipano si colloca su un versante di forte impegno formale e, di rimando, concettuale. Le sue opere sono oggetti tridimensionali complessi, improntati a una forte vocazione speculativo-progettuale, che indagano le relazioni tra scultura e architettura innescando considerazioni estetiche e semiologiche di grande pregnanza, e circuiti percettivi talora stranianti (quella che i formalisti russi chiamavano “ostranenie”). Al di là dell’apparentemente incerta definizione statutaria, che già di per sé costituisce un “effetto” indotto con abilità, per così dire a livello di “meccanismo del pensiero”, al centro dell’attenzione dell’autore sta il problema dello spazio, concepito come campo di possibilità plastiche e d’interazione di direzionalità e di masse (in senso fisico, non sociologico) spesso contrastanti.
Le più tipiche sculture di Tulipano nascono in dimensioni medio-piccole, realizzate con cartone pressato e pistolegno, ma già ideate per essere poi sviluppate in proporzioni architettoniche, con materiali da edilizia quali l’acciaio, il ferro, il vetro, il policarbonato, il cemento, il cartongesso.
Nelle loro due programmate fasi di esistenza successiva (entrambe peraltro dotate di autonoma valenza propria), non sono però da intendere né alla stregua di maquettes di ipotetici futuribili edifici prima, né di strutture da architettura decostruttivista dopo: diversissimi sono i presupposti, le finalità e l’atteggiamento creativo. Quelle di Tulipano restano sempre e comunque sculture; magari – nella loro versione su ampia scala – attraversabili dallo spettatore, ma votate soprattutto alla sperimentazione di soluzioni formali che trovano le proprie ragioni nell’accrochage meditato degli elementi, nella calibrata articolazione nello spazio di pieni e vuoti, luci e ombre, colori e non-colori.
Se l’obiettivo dell’architettura è di generare luoghi, rispondendo necessariamente a obiettivi di ordine pratico e funzionale, invece le opere di Tulipano, pur nell’esaltazione del dato tecnico, rimandano a una prospettiva di pura ricerca artistica, estranea a risvolti applicativi.
Il lessico impiegato è di chiara matrice geometrica, e, nel rifiuto della linea curva e dei princìpi di simmetria e ortogonalità, concorre a suscitare una voluta sensazione di instabilità e progressione: a dominare sono il dinamismo e l’obliquità, fattori “caldi” che compensano la “freddezza” degli ingredienti costitutivi. In particolare, in Deconstructionist Aesthetic Project è come se assistessimo al movimento della forma nel suo auto-generarsi; ma non in termini organici, bensì secondo coordinate controllate su base razionale, seppur irregolari e anti-euritmiche. Il visitatore, invitato a entrare nell’opera (sia – metaforicamente – a livello concettuale, sia – nella realizzazione “monumentale” della scultura – in senso proprio), si trova coinvolto sul piano percettivo e psicologico, quando non direttamente interattivo; ed è allora che il Deconstructionist Aesthetic Project esplica al massimo grado le virtualità di cui è innervato.

- Paolo Bolpagni -



2011

   Come Docente di Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli ho avuto modo di seguire Salvatore Tulipano durante i suoi anni di permanenza e di studio all’Accademia e di apprezzarne le doti di serietà e di coerenza. E’ raro riscontrare un approccio metodologico e una “idea” di Scultura così precisa in una fase di formazione. I suoi lavori più recenti mostrano altresì una chiarezza di intenti e una raggiunta maturità anche sul piano teorico, in un campo di grande attualità e di imprevedibili sviluppi come quello del rapporto tra Scultura e Architettura.

- Valerio Rivosecchi -



2010

   Il lavoro di Salvatore Tulipano si articola, fin dagli inizi del suo percorso scolastico, in termini di alto profilo artistico. Questo perché Tulipano è riuscito a coniugare fin dall’inizio la necessità del metodo progettuale che la ricerca deve riflettere e la salvaguardia della libertà creativa che un eccessivo rigore formale può limitare. La ricerca di Tulipano ruota da subito attorno alla rilettura di quel linguaggio definitosi attorno alla Minimal americana ed europea degli anni ‘60/’70 con la differenza, rispetto a quella esperienza, di aver aggiunto all’aspetto plastico/oggettuale della scultura una visione più “architettonica”, nel senso di opere che si pongono come modelli in scala di costruzioni complesse di grandi dimensioni. Da questo punto di vista sono convinto che Tulipano possiede gli strumenti linguistici per diventare un architetto plastico di primissimo piano.

- Ciriaco Campus -